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Responsabilità extra-contrattuale, Penale, Civile 11/09/2013 10:32:37

“L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attivita' si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunita' scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l'obbligo di cui all'articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”


Legge Balduzzi e responsabilità medica (art 3, L. 8 novembre 2012 n. 189)

La legge Balduzzi si è posta, tra gli altri, l’obiettivo di deflazionare l’imponente contenzioso giudiziario che ha investito la materia della responsabilità medica negli ultimi anni ed ha rappresentato e rappresenta tuttora un problema sociale di rilevante entità per la difficoltà di bilanciare gli interessi del cittadino con quelli del professionista (e della struttura sanitaria presso la quale questi opera).

Le note aperture giurisprudenziali occorse dal 1999 in poi avevano di fatto portato il rapporto tra l’utente ed il sanitario – e tra questi e la struttura nella quale il sanitario prestava la propria attività professionale - nell’alveo della responsabilità contrattuale, con ogni relativa conseguenza in punto di onere probatorio e termini di prescrizione.

A ciò si aggiunga che nella quasi totalità dei casi il paziente entrava in contatto, rectius “in contratto”, con più soggetti esercenti la professione sanitaria con ciò complicando ulteriormente la valutazione tecnico-giuridica del rapporto instaurato con tali professionisti.

Con l’introduzione della cd. Legge Balduzzi si assiste in buona sostanza al ritorno della responsabilità aquiliana; ciò dovrebbe limitare l’abusata prassi di ricorrere agli organi giudiziari al solo fine di ottenere un facile risarcimento in forza di sentenze attestanti una responsabilità medica presunta.

Interessante in proposito e stato un primo pronunciamento del Tribunale di Varese con la sentenza del 26 novembre 2012, n.1406 di cui si riporta uno stralcio: “Il legislatore sembra, consapevolmente e non per dimenticanza, suggerire l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana. È evidente che l’adesione ad un modulo siffatto contribuisce a realizzare la finalità perseguita dal legislatore (contrasto alla medicina difensiva) in quanto viene alleggerito l’onere probatorio del medico e viene fatto gravare sul paziente anche l’onere (non richiesto dall’articolo 1218 cod. civ.) di offrire dimostrazione giudiziale dell’elemento soggettivo di imputazione della responsabilità. L’adesione al modello di responsabilità ex articolo 2043 cod. civ. ha anche, come effetto, quello di ridurre i tempi di prescrizione: non più dieci anni ma cinque. Potendosi in astratto, ritenere dunque che l’articolo 3 in esame rappresenti la scelta verso un modello di responsabilità diverso da quello sposato dalla giurisprudenza prevalente……..”.

Il fatto di attenersi alle linee guida ed alle buone pratiche limiterà inevitabilmente la responsabilità del sanitario che, in ogni caso, non risponderà penalmente per colpa lieve.

La tutela del danneggiato resta ovviamente garantita dalla non contestata responsabilità contrattuale della struttura che certamente gode di ben più solide capacità patrimoniali rispetto a quelle del singolo sanitario.

La legge Balduzzi si è posta, tra gli altri, l’obiettivo di deflazionare l’imponente contenzioso giudiziario che ha investito la materia della responsabilità medica negli ultimi anni ed ha rappresentato e rappresenta tuttora un problema sociale di rilevante entità per la difficoltà di bilanciare gli interessi del cittadino con quelli del professionista (e della struttura sanitaria presso la quale questi opera).

Le note aperture giurisprudenziali occorse dal 1999 in poi avevano di fatto portato il rapporto tra l’utente ed il sanitario – e tra questi e la struttura nella quale il sanitario prestava la propria attività professionale - nell’alveo della responsabilità contrattuale, con ogni relativa conseguenza in punto di onere probatorio e termini di prescrizione.

A ciò si aggiunga che nella quasi totalità dei casi il paziente entrava in contatto, rectius “in contratto”, con più soggetti esercenti la professione sanitaria con ciò complicando ulteriormente la valutazione tecnico-giuridica del rapporto instaurato con tali professionisti.

Con l’introduzione della cd. Legge Balduzzi si assiste in buona sostanza al ritorno della responsabilità aquiliana; ciò dovrebbe limitare l’abusata prassi di ricorrere agli organi giudiziari al solo fine di ottenere un facile risarcimento in forza di sentenze attestanti una responsabilità medica presunta.

Interessante in proposito e stato un primo pronunciamento del Tribunale di Varese con la sentenza del 26 novembre 2012, n.1406 di cui si riporta uno stralcio: “Il legislatore sembra, consapevolmente e non per dimenticanza, suggerire l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana. È evidente che l’adesione ad un modulo siffatto contribuisce a realizzare la finalità perseguita dal legislatore (contrasto alla medicina difensiva) in quanto viene alleggerito l’onere probatorio del medico e viene fatto gravare sul paziente anche l’onere (non richiesto dall’articolo 1218 cod. civ.) di offrire dimostrazione giudiziale dell’elemento soggettivo di imputazione della responsabilità. L’adesione al modello di responsabilità ex articolo 2043 cod. civ. ha anche, come effetto, quello di ridurre i tempi di prescrizione: non più dieci anni ma cinque. Potendosi in astratto, ritenere dunque che l’articolo 3 in esame rappresenti la scelta verso un modello di responsabilità diverso da quello sposato dalla giurisprudenza prevalente……..”.

Il fatto di attenersi alle linee guida ed alle buone pratiche limiterà inevitabilmente la responsabilità del sanitario che, in ogni caso, non risponderà penalmente per colpa lieve.

La tutela del danneggiato resta ovviamente garantita dalla non contestata responsabilità contrattuale della struttura che certamente gode di ben più solide capacità patrimoniali rispetto a quelle del singolo sanitario.

GIORGIO PRITELLI - STEFANO PRITELLI - LUCA LASCIALFARI
AVVOCATI IN LIVORNO